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La dieta senza dieta

Introduzione

La dieta senza dieta «

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Quando si parla di “dieta” è abbastanza automatico associare questa parola a una o più restrizioni imposte all'alimentazione, magari associate a un meticoloso calcolo delle calorie assunte tramite i diversi alimenti. Questo approccio crea naturalmente un senso di insoddisfazione che deriva dalla proibizione di cibi particolarmente graditi, e di conseguenza una tendenza all'abbandono precoce della dieta.

Inoltre, la necessità di pianificare i pasti e considerare gli alimenti da un punto di vista “matematico” rischia di rovinare il piacere della buona tavola. Il professor Steven Hawks, ordinario di Scienza della Salute presso la Brigham Young University di Salt Lake City (Utah, USA) sostiene che per dimagrire bisogna avere un atteggiamento completamente opposto.

Il docente afferma di aver perso più di 20 chilogrammi e di essere riuscito a mantenere costante il nuovo peso senza alcuna rinuncia di tipo alimentare. Segue quella che chiama “alimentazione intuitiva”, ossia mangia tutte le volte che avverte il proverbiale “buco allo stomaco” e consuma gli alimenti che desidera in quel momento.

La sensazione di appetito indica infatti che il nostro corpo sta consumando le riserve alimentari accumulate, e se non è fuorviata da altri meccanismi psicologici ci porta ad assumere proprio i nutrienti di cui abbiamo bisogno.

Psicologia e alimentazione

Le “interferenze” sono però piuttosto diffuse e difficili da eliminare, dal momento che coinvolgono la sfera emotiva, i rapporti sociali e alcuni bisogni di appagamento molto forti anche se non direttamente collegati:

- alcuni cibi possono contenere sostanze che danno una sensazione di benessere, come ad esempio la caffeina, l'alcool e alcuni componenti del cioccolato; questo porta a consumare alimenti che le contengono per il loro effetto psicoattivo e non per il loro valore nutrizionale;

- si tende ad usare i piatti più graditi come premio o elemento di consolazione, caricandoli di un valore emozionale che supera la loro reale appetibilità;

- quando si mangia in compagnia, è frequente l'imitazione dei comportamenti altrui, specialmente quando si ha bisogno di sentirsi integrati nel gruppo. In pratica, mangiamo e beviamo ciò che mangiano i nostri amici o parenti perché l'abbiamo visto fare a loro e non perché ce lo chiede il nostro organismo;

- alcuni cibi, in seguito a campagne promozionali o anche al semplice passaparola, diventano “di moda” e godono quindi di una considerazione maggiore di quella che meriterebbero in base alle loro reali qualità.

Come arrivare ad un'alimentazione intuitiva

La soluzione del professor Hawks, anche se a prima vista può apparire semplice, richiede in realtà un certo lavoro preliminare.

In primo luogo, bisogna cambiare completamente il proprio atteggiamento nei confronti del cibo, eliminando qualsiasi tipo di pregiudizio e “spogliando” gli alimenti di tutti i valori non collegati al gusto di cui abitualmente sono investiti.

Ad esempio, il sapore di un dolce potrebbe risultarci particolarmente gradito perché lo associamo alla nostra infanzia, oppure perché ha un aspetto esteriore estremamente invitante.

Tutti questi elementi di disturbo vanno rimossi prestando maggiore attenzione alle sensazioni fisiche che si provano durante i pasti, e ignorando qualsiasi altro tipo di stimolo collegato al cibo (ad esempio, una confezione particolarmente accattivante o uno spot pubblicitario divertente o rassicurante).

Bisogna quindi disfarsi di una delle maggiori cause del desiderio di cibi poco sani, cioè l'effetto privazione: quando non abbiamo a disposizione quello che vogliamo mangiare oppure ci è proibito di farlo il nostro desiderio aumenterà, mentre se siamo circondati dagli stessi alimenti, magari in abbondanza, ne saremo meno attratti, almeno nel lungo periodo.

Sembra paradossale, ma riempire la dispensa di “cibo – spazzatura” può portarci a mangiarne di meno.

Naturalmente, questo modello è appropriato solo per persone sostanzialmente sane (anche se magari un po' sovrappeso), che non soffrano di disturbi collegati all'alimentazione di tipo fisico (intolleranze, diabete, aterosclerosi, etc.) o psicologico (anoressia, bulimia e simili).

Non si tratta certo di un percorso facile, ma ha l'indubbio vantaggio di non imporre alcun sacrificio e, secondo il suo ideatore, porta spontaneamente ad un'alimentazione equilibrata. Per ottenere significative riduzioni di peso è comunque necessaria una buona dose di attività fisica quotidiana mirata a contrastare l'aumento di efficienza del metabolismo che si verifica quando dimagriamo.

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