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Marsala
In Italia, quando si pensa a un vino liquoroso o “fortificato”
si fa spesso riferimento al Marsala, prodotto nell’omonima
località siciliana (in provincia di Trapani) e nelle sue immediate
vicinanze.
Curiosamente, l’origine di questo vino si deve a un commerciante
inglese, tale John Woodhouse. Questo intraprendente
personaggio, vissuto nel XVIII secolo, ebbe l’idea di “trapiantare”
in Sicilia alcune tecniche già in uso in Spagna e Portogallo
per la produzione di “vini fortificati”.
L’isola rientrava infatti in quella che gli Inglesi definivano
la “cintura del sole”, una fascia geografica che va dal
Portogallo alla Turchia ed è caratterizzata da un clima
mediterraneo ideale per ottenere vini robusti e aromatici.
L’Inghilterra importava notevoli quantità di vino,
ma dati i tempi e le difficoltà dei trasporti marittimi dell’epoca,
un vino “normale” avrebbe avuto ben poche possibilità
di essere ancora bevibile al termine del viaggio fino alle Isole Britanniche.
Venne quindi messo a punto un metodo di conservazione che prevedeva
l’aggiunta di alcool, solitamente sotto forma
di acquavite:
l’aumento del tasso alcolico in una bevanda ne ritarda l’ossidazione
e quindi la degenerazione.
Il Porto e lo Sherry sono due notevoli
esempi in questo senso, e avevano incontrato il favore degli inglesi
piuttosto rapidamente. Woodhouse applicò il metodo (rivisitandolo
secondo le sue personali intuizioni) a un vino prodotto nella zona di
Marsala, il perpetuum, così chiamato a causa
del suo singolare processo di affinamento, non dissimile da quello dell’aceto
balsamico tradizionale e al soleras.
Il perpetuum era infatti invecchiato in una serie di botti sovrapposte
(solitamente cinque), che erano mantenute sempre piene di vino.
Nella botte posta più in alto veniva quindi versato il vino prodotto
durante l’anno, e una quantità corrispondente di
liquido veniva travasata da una botte all’altra fino
ad arrivare all’ultima, a contatto con il suolo (solera) da cui
era spillato il vino destinato all’imbottigliamento.
Il procedimento era ripetuto ogni anno, ed era pertanto perpetuo:
ancora oggi è impiegato per Marsala della varietà Soleras.
Nel 1773 Woodhouse, dopo aver ricavato una struttura per l’imbottigliamento
da una tonnara, spedì in patria il primo carico di “vino
di Marsala”, che fu subito molto apprezzato. La stessa Corona
britannica ne richiese in seguito una grande fornitura per la
sua Marina Militare.
Altri due imprenditori inglesi (Ingham e Whitaker) fondarono in seguito
stabilimenti nella zona e la produzione di Marsala restò un “affare
britannico” fino al 1833, anno in cui Vincenzo Florio
fece costruire il suo stabilimento proprio fra quelli di Woodhouse e
Ingham.
In breve tempo Florio divenne il più grande esportatore
di vino Marsala, che spediva in tutto il mondo grazie a una
flotta di 99 navi (gli fu impedito di costruirne altre per non superare
le dimensioni della Regia Marina italiana!), surclassando completamente
gli inglesi.
Da allora la produzione è rimasta saldamente in mani italiane,
anche se purtroppo per lunghi anni è mancato un disciplinare
che ne certificasse la qualità.
Nel secondo dopoguerra, molti prodotti scadenti, spesso
aromatizzati con cioccolato, uova e altri ingredienti, vennero commercializzati
con la denominazione “Marsala”, danneggiando così
l’immagine di un vino di qualità.
Fortunatamente, nel 1969 venne istituita la Denominazione di
Origine Controllata, perfezionata poi nel 1984, che fissa severi
parametri di qualità per questo gioiello della produzione enologica
siciliana e nazionale.
Marsala
Il Marsala oggi: varietà e metodi di
produzione
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